Oggi doppio anniversario per Louis Armstrong nel 2021, ma quasi nessun festival si è ricordato di celebrare il primo grande solista della storia del jazz. Vi propongo qui ciò che avreste dovuto leggere sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
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Forse anche a causa della pandemia, che ha reso difficile la vita di
molti organizzatori, il mondo del jazz sta trascurando quest’anno un
doppio anniversario tutt’altro che poco significativo, legato a uno dei
suoi padri nobili. Stiamo parlando di Louis Armstrong, del quale
ricorrono tanto i 120 anni dalla nascita (4 agosto 1901), quanto i 50
dalla scomparsa (6 luglio 1971). E tuttavia, sebbene quella della
pandemia sia un’ottima giustificazione, viene anche da pensare che
celebrare adeguatamente il primo grande solista della storia del jazz
rappresenti un impegno arduo che, per alcuni versi, accomuna Armstrong a
un altro leggendario trombettista, Miles Davis: una volta scomparsi,
entrambi sono stati consegnati a una ideale “Hall of Fame” del jazz, ma
poche volte la loro musica e ancor più le loro eredità sono state
rivisitate adeguatamente.
Senza qui voler ripercorrerne pedissequamente la biografia, possiamo
però tranquillamente affermare che Armstrong sia stato anche la
dimostrazione vivente della possibilità di recuperare gli adolescenti
difficili. Cresciuto nella New Orleans dei primi del Novecento, in un
quartiere popolare talmente poco sicuro da essere stato battezzato
“battlefield” (campo di battaglia…), Armstrong conobbe il riformatorio
all’età di tredici anni, dopo essere stato arrestato per aver
festeggiato il Capodanno sparando in aria dei colpi di pistola. E
tuttavia fu proprio durante il periodo di rieducazione alla Waif Home di
New Orleans che, inserito nella banda dell’Istituto, si ritrovò una
cornetta tra le mani e apprese i primi fondamentali rudimenti di quello
che sarebbe diventato il mestiere della sua vita.
Abbiamo detto che Armstrong è stato il primo grande solista della
storia del jazz: messo così, sembrerebbe uno dei tanti slogan che in
genere si adoperano per catalogare i grandi del passato. E invece no,
perché dalle prime scritture sui battelli della ditta Strickfuss che
solcavano il Mississippi al trasferimento a Chicago nel luglio del 1922
su invito del suo maestro e mentore King Oliver, dalla parentesi
newyorchese nelle file dell’orchestra di Fletcher Henderson (dove
conobbe e influenzò il giovane sassofonista Coleman Hawkins) alle
leggendarie incisioni con gli Hot Five e gli Hot Seven, i suoi anni
giovanili descrivono la parabola di un musicista che in modo sistematico
e inesorabile stava indicando la strada per il jazz del futuro.
Tecnicamente superiore alla media dei cornettisti della sua epoca (alla
tromba sarebbe passato a metà Anni ’20), Armstrong aveva un temperamento
irrequieto che lo spingeva a voler migliorare in continuazione e, come
se non bastasse, aveva assimilato tutta la vivacità musicale della
nativa New Orleans, una città nella quale il primo jazz rappresentava la
tinta forte di un quadro che includeva in modo massiccio anche l’opera
lirica. E proprio alcune fra le più note cantanti liriche dell’epoca,
oltre che i clarinettisti creoli, erano tra i modelli ai quali Armstrong
si ispirava copiandone le fioriture e cercando di riprodurle sul
registro acuto dello strumento. Attento alle novità, curioso, pronto a
recepire ogni stimolo, Armstrong stava lentamente dilatando il ruolo del
solista, manomettendo dall’interno le ferree regole che reggevano la
polifonia di New Orleans e fra le sue tante innovazioni vanno ricordati
anche i moduli ritmici (pause, stop-time etc.) assimilati durante gli
spettacoli di rhythm tap, una variante del tip tap, ai quali egli stesso
prendeva parte come solista.
Un aspetto singolare della sua maturazione solistica, documentata
dalle incisioni realizzate fra il 1926 e il 1928, è che alcune fra le
più celebrate matrici discografiche di tutta la storia del jazz siano
state realizzate da una formazione (gli Hot Five, quindi, con l’aggiunta
di due ulteriori elementi, Hot Seven) che è esistita solo in sala di
registrazione senza essersi mai esibita in pubblico. Eppure, da “Cornet
Chop Suey” a “Heebie Jeebies” (che segna anche l’atto di nascita
ufficiale del canto scat), da “Potato Head Blues” al capolavoro “West
End Blues”, giusto per citare alcuni fra i titoli più noti, ci troviamo
al cospetto di una musica che proprio grazie ad Armstrong sta cambiando
pelle. Proprio a proposito di “West End Blues”, il brano dell’anziano
maestro King Oliver inciso il 28 giugno del 1928, il grande musicologo
Gunther Schuller ha affermato che le due frasi della cadenza a tempo
libero con la quale Armstrong introduce il tema sono come un raggio di
luce nelle tenebre che indica la strada di tutta la musica a venire, ma
soprattutto basterebbero quelle prime quattro note a sintetizzare
mirabilmente il significato di senso dello swing e andrebbero fatte
ascoltare a chiunque voglia realmente capire il senso della musica
jazz.
Al di là poi della sua importanza musicale, Armstrong è stato
indiscutibilmente un personaggio iconico, il primo forse, per tutta la
comunità musicale afroamericana, sebbene in alcuni momenti abbia
ricevuto anche critiche aspre e ingiustificate e persino accuse di
“ziotomismo”, come quando accettò il titolo di King of Zulu al carnevale
di New Orleans, un riconoscimento pregnante per gli abitanti neri della
Città sul Delta, ma non sempre compreso dagli altri neri d’America. In
realtà, pochi ricordano il suo impegno politico che lo portò a sostenere
anche finanziariamente le campagne di Martin Luther King (Armstrong,
tra l’altro, era massone sin dalla gioventù) e a criticare ferocemente
il presidente Eisenhower quando, a metà degli Anni ’50, il sud degli
Stati Uniti fu teatro di vergognosi episodi di razzismo.
Amato dagli appassionati, per i quali era ed è tutt’ora “Satchmo”
(soprannome appioppatogli per via delle guance a forma di sacco),
Armstrong ha saputo affermarsi ben oltre il mondo del jazz, portando la
sua tromba squillante, il suo volto dal sorriso accattivante, la sua
inconfondibile voce roca, tanto nel mondo del cinema (ricordiamo, fra i
tanti, “La città del jazz” del 1947, “Venere e il professore” del 1948
con Danny Kaye, ed “Hello Dolly” del 1969 con Barbra Streisand) quanto
in televisione e qui è inevitabile citare anche le sue apparizioni
italiane al “Musichiere” di Mario Riva e al Festival di Sanremo del 1968
(quando un imbarazzato Pippo Baudo ne interruppe l’esibizione per
rispettare i tempi in scaletta). Così come vanno senz’altro ricordati i
suoi ultimi successi pop, le canzoni “What A Wonderful World” e
soprattutto “We Have All the Time in The World”, consacrata
dall’ingresso nella colonna sonora di uno dei capitoli della saga di 007
(“Al servizio di Sua Maestà).
Infine una curiosità: quando nel 1977 la Nasa lanciò il programma
spaziale Voyager, venne realizzato un “Golden Record” con l’intento di
documentare le diverse forme di vita e di cultura del pianeta Terra, a
beneficio di ipotetiche forme di vita intelligente residenti in luoghi
sconosciuti dell’Universo. Per la musica, insieme a brani di Bach,
Mozart, Beethoven e Stravinsky, c’è anche “Melancholy Blues” che
Armstrong incise con gli Hot Seven nel 1927 per la Okeh Records. Una
soddisfazione postuma niente male per un ragazzino che aveva scoperto il
jazz origliandolo fuori dagli equivoci locali notturni di Storeyville,
il quartiere a luci rosse di New Orleans e che per tutta la vita, anche
quando era diventato un artista di successo e veniva conteso a suon di
dollari, aveva preteso che gli impresari gli pagassero uno stipendio
perché, spiegava, non aveva mai dimenticato cosa significasse patire la
fame.
Ugo Sbisà

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